giovedì 28 marzo 2013

Una buona tazza di the - la materia prima

Iniziamo da un presupposto imprescindibile: quando si parla di the, tea, te o come cavolo preferite scriverlo, non si discetta del prodotto in bustina. Non che non ve ne siano di validi, anzi, ma il loro uso si limita alla veloce preparazione di una base per un dissetante the freddo estivo e nulla più. No, il vero the è quello preparato con le foglie messe in infusione, dentro apposito colino, in una teiera di acqua calda non bollita. Ma che the scegliere? Perché, non nascondiamoci dietro una pagliuzza utilizzata per smacchiare un giaguaro che passava per caso, è quello il vero problema. Personalmente divido il the per usi: "mattiniero" (anche se io non lo uso a colazione), pertanto un the forte, con un gusto deciso serale (o pre dormita), dove preferisco un gusto avvolgente e morbido, suadente ed esotico. Il primo è sicuramente un bel the nero, possibilmente un Lapsang Souchong (la versione destinata al consumo interno è preferibile a quella, grossolana, destinata all'esportazione) o un Darjeeling "etico" (non ossidato o semiossidato - in pratica un nero divenuto verde oppure oolong). Nel secondo caso viro verso un the verde, magari un Gunpower o il giapponese Gyokuro. Per il pomeriggio un'ottima scelta può essere il verde cinese Gunpowder, dal gusto fresco e dissetante; oppure il Lung Ching, delicato e fresco.
Interessante il Shui-Hsien, un oolong con un retrogusto di frutta. Ho avuto modo di provarlo solo una volta, non riesco a collocarlo e, purtroppo, non riesco a reperirlo dai miei fornitori, però mi colpì favorevolmente. Però bisogna vedere se fu un caso o se è veramente un prodotto che merita.

sabato 9 marzo 2013

ilsanlorenzo

Questa recensione mi frulla in testa da una settimana, e questo mio ritardo è il motivo per il quale, salvo rari casi, non vado mai fuori a cena qui dove abito: molto spesso la legnata, la stroncatura, è d'obbligo. E come fai a scriverla se conosci il cuoco o il gestore o ambedue? Orbene, dopo una settimana durante la quale ho lasciato a macerare le macerie del mio animo, eccoci a parlare del ristorante Il San Lorenzo.
Visualizzazione ingrandita della mappa Il gestore è persona si anziana ma dalle ottime capacità, ha sempre gestito con bravura e ottimi risultati, sia finanziari che culinari, diversi ristoranti cittadini che ormai erano alla frutta. La gestione precedente de Il san Lorenzo era ottima, con pesce molto fresco, ma essendo amico del gestore non ci sono mai andato (con mio evidente imbarazzo nel dire di no). La prima cosa che mi ha colpito sono state le tante segnalazioni su TripAdvisor: non sono un fautore del cosiddetto "sharing review" o "mass review" per due motivi di fondo: 1) chiunque può iscriversi e parlare bene o male di un albergo o di un ristorante. Concorrenti inclusi. 2) quanti sono che hanno il palato per giudicare bene o male un ristorante? A mio avviso pochi. Non che scarti a priori quanto si può leggere sul noto sito, ma lo filtro con quello di migliaia di altri, prestando maggiore attenzione ai commenti negativi che a quelli positivi. E, prima di usarlo, vi consiglio di leggere questo interessante articolo su Gilda35. L'arredamento del ristorante è veramente di buona scelta, pertanto l'occhio è decisamente appagato. Piccola precisazione prima di continuare: ci sono andato con alcuni iscritti del Meetup locale, pranzo a menu e prezzo fisso: non ho pertanto potuto scegliere quello che avrei preferito ma prendere quello che mi davano. Ed era sabato, con il locale strapieno (suggerimento: è il giorno in cui si misura la capacità di un ristorante di reggere lo stress. Un vonto è far bene da mangiare nei giorni dal lunedì al giovedì, ma è il week-end che dice se hai le palle o meno). Saltiamo i vini: sono astemio, lo sapete. A casa li uso per cucinare, ma ho più scelta nel campo degli oli (ponente ligure, marchigiano, talvolta pugliese, e un EVO "economico" per cucinare) che in quello dei vini (bianco "tanto al mucchio"). Partiamo da un fatto negativo: la velocità di uscita dei piatti dalla cucina. Quando c'è na tavolata conviviale di una decina di persone, è meglio servirle con calma: chiacchierano, spettegolano, brindano e, spesso l'ultimo pensiero che hanno per la testa è il cibo. Calma, caaalma, caaalmaaaaa! E invece no: un piatto dietro l'altro, manco fossimo oche all'ingrasso. Pessimo Falconi. Colpa anche nostra che non lo abbiamo fatto notare. Antipasti (molti, forse troppi): una pletora di "assaggini" discreti ma nulla più, che di ligure avevano poco o punto. Non male le focacce, alcune verdure erano decisamente valide, le polpettine erano tra l'immangiabile e qualche malattia gastrointestinale. Due primi: 1) lasagne al ragù bianco con formaggio fuso 2) risotto alla trevigiana La prima ricetta presenta un grosso problema: la pasta (di grano duro) con il ragù bianco è presente nel menù dell'Ospedale San Martino di Genova, dove venni ricoverato due anni fa (più qualche mese). Magari è un ottimo piatto, ma mi ha ricordato il mese e mezzo passato nel nosocomio del capoluogo: pessimismo e fastidio, fastidio e pessimismo. La seconda ha, invece, un errore (od orrore, fate voi) di preparazione: sa di mantecato (soprattutto di parmigiano) e non di radicchio trevigiano (di cui non vado pazzo, ma non è cattivo). Pessimo Falconi! Voto? Nessuno, per ora sospendo il iudizio, magari ci ritornerò in giornata infrasettimanale e in più piacevole compagnia e, soprattutto, senza prendere le lasagne al ragù bianco.